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Alessandro Meluzzi e la Chiesa Ortodossa

Alcune considerazioni

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Si è diffusa in questi giorni la notizia che Alessandro Meluzzi, psichiatra e volto noto della televisione, si sia convertito all’Ortodossia divenendo “Primate” della cosiddetta “Chiesa ortodossa italiana”. Questa notizia è passata sotto silenzio – almeno così mi sembra – in tutti i maggiori siti e blog di informazione sulla Chiesa Ortodossa. Tale ostentata noncuranza ha forse lo scopo di non voler dare importanza a una notizia che importanza non ha, ma si scontra a mio avviso con un fattore pratico decisivo, ovvero la popolarità del personaggio in questione, che rischia di dare pubblicità negativa alla Chiesa. Se finora si sono potute bellamente ignorare certe realtà paraecclesiali come la suddetta “Chiesa ortodossa italiana” e le altre sue varianti e declinazioni (dalla “Chiesa Ortodossa d’Italia”, alla “Chiesa cattolica ortodossa d’Italia e Romania”), ebbene oggi questo non è più possibile. La notizia della conversione di Alessandro Meluzzi è infatti rimbalzata sulle principali riviste popolari di fascia bassa ( “Gente” e “TV Sorrisi e Canzoni”, per adesso), con l’ovvia conseguenza che qualche migliaio di persone che fino a ieri probabilmente ignoravano del tutto l’esistenza della Chiesa Ortodossa adesso ne sanno qualcosa. E fin qui nulla di male, anzi. Il problema è che le dichiarazioni di “sua beatitudine Alessandro I” rischiano adesso di confondere più che mai le idee sulla nostra Chiesa. Vediamo nel dettaglio quali informazioni sono passate presso il grande pubblico.

Intervistato da un giornalista di TV Sorrisi e Canzoni (1), Meluzzi ostenta umiltà. Alla provocazione «Meluzzi, qualcuno l’ha già chiamata perfino “Papa ortodosso”» risponde con una certa noncuranza: «Sciocchezze, esagerazioni dei media. Sarò semplicemente alla guida di un piccolo gruppo religioso. Ci sono la Chiesa ortodossa armena, russa, bulgara… Io sarò il reggente di quella italiana, qualche migliaio di persone. Chiamatemi fratello Alessandro». Qui non sappiamo, oggettivamente, se le parole del noto psichiatra siano state correttamente trascritte. Certo è che, da quel che si legge, si capisce che in Italia ci sarebbero soltanto qualche migliaio di ortodossi, tutti all’interno della “Chiesa ortodossa italiana”, dei quali egli sarebbe oggi il Primate. Diamo per scontato che il lettore medio della stampa popolare italiana non sappia pressoché nulla dei problemi della diaspora ortodossa in occidente. Il lettore medio di quest’articolo non sa che la Chiesa Ortodossa è dal punto di vista numerico la seconda Confessione religiosa in Italia, così come non sa che la “Chiesa ortodossa italiana” conta al massimo qualche centinaio di fedeli ed è tristemente nota solo per aver canonizzato Jacques de Molay, così come per i suoi legami con ridicoli ordini cavallereschi e ambienti di stampo massonico.
Continuando la lettura dell’intervista, giungiamo alle differenze tra Cattolicesimo romano e Ortodossia. «Le uniche differenze sostanziali, dice Meluzzi, con la Chiesa cattolica è [sic] che noi non abbiamo il dogma dell’infallibilità del Papa, possiamo sposarci e avere figli. Una scelta che auspico faccia anche la Chiesa cattolica: il celibato dei preti crea più problemi che altro». Niente dispute pneumautologiche, niente Primato “pietrino”, nient’altro. D’accordo che parlare del Filioque al lettore medio di TV Sorrisi e Canzoni non sia proprio un’ottima idea, ma anche giocare la carta della semplificazione assoluta non mi sembra affatto corretto. Meluzzi ha scelto, tra tutte le differenze tra cattolici e ortodossi, quelle che rendono la nostra Chiesa idealmente più “simpatica” ad occhi occidentali. E lo ha fatto tra l’altro tacendo un fatto fondamentale: è vero che i preti possono essere sposati, ma questo non vale affatto per i vescovi, che devono essere invece celibi. Meluzzi, ricordiamolo, è sposato e convive con sua moglie; la sua consacrazione a Vescovo Metropolita (e addirittura Primate) è da questo punto di vista del tutto anticanonica.

Vale la pena di riassumere, soprattutto per i lettori non ortodossi, ma anche per gli ortodossi più sprovveduti, alcuni punti fondamentali.

  1. La “Chiesa ortodossa italiana” è una realtà autoproclamata priva di qualsiasi appiglio canonico. I suoi chierici – a partire, a quanto pare, del suo Primate – non sanno neppure in cosa consista la fede ortodossa.
  2. In Italia (sebbene questo sia di per sé un fatto irregolare) ci sono diverse Chiese o “Giurisdizioni” ortodosse. Alessandro Meluzzi non ha ovviamente alcuna giurisdizione su di esse, ma soltanto sui cento o duecento fedeli della sua “Chiesa”.
  3. Non è assolutamente ammesso nella Chiesa Ortodossa che possa esistere un vescovo sposato, per questa ragione è chiaro che Alessandro Meluzzi non è nella condizione per essere consacrato vescovo, e la sua consacrazione è dunque gravemente anticanonica.
  4. Va da sé che nessun ortodosso può assolutamente partecipare ai sacramenti della “Chiesa ortodossa italiana”, che sono considerati del tutto invalidi.

Per farla breve, la “Chiesa  ortodossa italiana” molto semplicemente non è Chiesa e non è ortodossa.

p. Daniele Marletta


(1) Alessandro Meluzzi. Da criminologo della tv a prete della Chiesa Ortodossa Italiana. in TV Sorrisi e Canzoni, n. 51, 2015, pp 46-47

Dawkins, lo scienziato che gioca a essere Dio

E’ ormai cronaca dei giorni scorsi uno sfortunato intervento del professor Richard Dawkins su Twitter sul quale vorremmo dire poche parole. In esso il noto etologo e divulgatore risponde ai dubbi etici di una donna, incinta probabilmente di un figlio con sindrome di Down, sostenendo che sarebbe “immorale” portare avanti tale gravidanza: “Abortisci e provaci ancora. Sarebbe immorale metterlo al mondo avendo modo di scegliere”. L’intervento ha suscitato, c’era da aspettarselo, un vespaio di polemiche, tanto da indurre il suddetto professore al dietro-front e ad una generica richiesta di scuse, che ha però l’aspetto della classica “arrampicata sugli specchi”.[1]

"Abortisci e provaci di nuovo. Sarebbe immorale metterlo al mondo avendo modo di scegliere."

“Abortisci e provaci ancora. Sarebbe immorale metterlo al mondo avendo modo di scegliere.”

Richard Dawkins è, per chi fosse vissuto fuori dal nostro pianeta negli ultimi anni, un noto, notissimo maitre-à-pensér del più becero laicismo, autore tra l’altro di un fortunatissimo libro di propaganda ateistica [2] . In questo momento tutta la nostra sincera comprensione (e altrettanto sincera compassione) va ai tanti che qui in Italia e altrove hanno osannato il pensiero di quest’uomo di scienza e… di ideologia. E’ vero che, come dice il motto, “chi troppo in alto va cade sovente…” ma questa è una caduta di una certa sostanza, non solo di stile.
Ora, sia chiaro, il problema qui non è tanto il consiglio di abortire preso per sé. D’altra parte, che Dawkins fosse favorevole all’aborto lo sapevamo già (è suo un altro simpatico tweet, nel quale egli sostiene che vi è molta più umanità in un maiale adulto che in un feto umano, e tanto basti). Che fosse anche dell’idea che sia perfettamente inutile partorire un figlio Down quando si può sempre “abortire e provarci ancora”, quantomeno lo sospettavamo. Ciò che invece ci turba è quel suo spensierato “sarebbe immorale”. E’ buffo, a pensarci bene: un ateo militante, lottatore indefesso contro i moralismi e l’etica opprimente di tutte le religioni (soprattutto del Cristianesimo) viene ora a farci lezione di morale, ad insegnarci cosa è giusto e cosa no, rendendoci edotti sul bene e sul male. E questo dopo aver variamente sostenuto che alle chiese cristiane ciò non dovrebbe essere permesso. C’è anche da notare che Dawkins appartiene a quella eletta schiera che accusa tutte le chiese cristiane di non voler vedere il dramma interiore di una donna che decide di abortire. Viene il dubbio che non lo veda neppure lui.

Sarebbe ingiusto, però, sparare a zero su quella che è con ogni evidenza solo una esternazione infelice, senza provare a misurare quanto sia realmente profondo il male, quanto nella mentalità di tanti scienziati e scientisti sia oggi radicata una idea profondamente malata della natura stessa della scienza. Il binomio scienza-tecnica è ormai giunto ad un tal punto di assolutezza – o, se si preferisce, di perversione – da divenire fonte di morale. Poniamoci soltanto una semplice domanda: davvero il mondo si è così tanto allontanato da Dio? E’ dunque vero quel detto di Nietzsche: Dio è morto, e noi lo abbiamo ucciso. Lo abbiamo ucciso perché era necessario, per essere noi dio a noi stessi. Abba Justin (Popovic) l’aveva affermato perentoriamente e con parole profetiche parlando dell’uomo europeo (ma potremmo ovviamente estendere il discorso all’uomo contemporaneo tout court:

“L’uomo europeo ha fatto l’esperienza di una profonda vertigine. Ha posto il superuomo alla sommità della sua Torre di Babele, per essere corona del proprio edificio. Tuttavia il superuomo è impazzito appena giunto all’apice e si è gettato dalla Torre. Essa è caduta con lui, sbriciolandosi tra guerre e rivoluzioni. L’homo europaeicus è giunto al suicidio. Il suo Wille zur Macht (volontà di potenza) è divenuto Wille zur Nacht (volontà di notte). Una profonda notte è discesa sull’Europa. I suoi idoli
crollano e non è lontano il giorno in cui della cultura europea, di quella cultura che ha costruito città e distrutto anime, che deifica le creature e rigetta il Creatore, non rimarrà pietra su un pietra.” [3]

L’Occidente getta dunque la maschera? Certamente non è la prima volta né sarà l’ultima che un qualche uomo di scienza o di cultura si trovi a farsi interprete – quanto coscientemente non ci è dato saperlo  – di quello spirito luciferino che da secoli ormai ha invaso la civiltà occidentale, quello stesso spirito luciferino che sempre più e in modi sempre nuovi ci spinge a essere “come déi, conoscendo il bene ed il male”.

Giusi Spagnolo, prima donna al mondo con sindrome di Down

Giusi Spagnolo, prima donna laureata in Italia con sindrome di Down

Per chiudere con leggerezza, ricordiamo al professor Dawkins che essere Down non è poi così male: in Italia la ventiseienne Giusi Spagnolo, affetta dalla sindrome di Down, si è laureata in Beni demoetnoantropologici all’Università di Palermo.

p. Daniele Marletta


[1]Per chi abbia la pazienza di leggerla: https://richarddawkins.net/2014/08/abortion-down-syndrome-an-apology-for-letting-slip-the-dogs-of-twitterwar/

[2] Richard Dawkins, L’illusione di Dio, trad. it: Milano, Mondadori, 2008

[3]  Cfr. P . JUSTIN (POPOVIČ), Humanistic and theantropic culture in IDEM , The Orthodox Church and Ecumenism, Birmingham, Lazarica Press, 2000, pp. 108-109. Questo saggio di p. Justin fu pubblicato per la prima volta nella sua opera Svetosavlje kao filosofija zivota [San Sava e la filosofia della vita] nel 1953 ed in seguito ripreso e rielaborato.