Dove va Costantinopoli. Due considerazioni

 

Negli ultimi giorni, due notizie (distinte tra loro ma pur collegate in un certo senso, come vedremo) hanno portato alla ribalta la situazione del Patriarcato di Costantinopoli.

La prima riguarda un suo problema interno: a quanto pare, da ora in poi il Patriarcato ecumenico approverà regolarmente le seconde nozze dei preti lasciati dalle mogli o vedovi. La seconda riguarda i suoi rapporti con il Patriarcato di Mosca: il patriarca Bartolomeo sarebbe sul punto di riconoscere l’autocefalia dell’autoproclamato “Patriarcato di Kiev”, cosa che potrebbe avere enormi conseguenze sullo scenario ortodosso mondiale.

Le due notizie, dicevo, sono distinte ma anche collegate, essendo ambedue originate dall’attuale situazione della Chiesa Ortodossa nel mondo e più in particolare dalle parti di Istanbul. Andiamo comunque per gradi ed analizziamole per ordine.

Partiamo dalla prima. Come è noto, un sacerdote ortodosso che rimane solo a causa di un divorzio o perché vedovo non può accedere alle seconde nozze se non a costo di rinunciare al sacerdozio. Questo almeno in via regolare e canonica: è chiaro che esistono situazioni particolari che possono spingere un vescovo ad applicare l’economia ecclesiastica e a permettere ciò che i canoni normalmente vietano. Si tratta comunque di eccezioni. L’idea di liberalizzare questa norma del diritto canonico, trasformando l’eccezione in regola, ha già circa un secolo di vita. Fu infatti il Patriarca Melezio Metaxakis a tentare una prima volta questa riforma nel 1923 e, più o meno negli stessi anni, una analoga riforma fu tentata in Russia dalla filosovietica “Chiesa Vivente”. E già questa premessa non lascia presagire nulla di buono.

Ripetiamolo: possono esistere singoli casi in cui l’applicazione dell’economia ecclesiastica si rende giusta e doverosa; d’altra parte, se è vero che il Sabato fu fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, un discorso analogo è doveroso per i canoni, a meno che non si voglia scivolare in una canonolatria farisaica e del tutto antiortodossa. Esiste però anche un errore opposto all’attaccamento farisaico al canone: intendo l’ansia di modernizzazione che da un secolo sta letteralmente stritolando la Chiesa. I canoni che vietano le seconde nozze per il clero hanno infatti una precisa ragion d’essere; il sacerdote deve essere di esempio alla comunità cristiana che serve, e le seconde nozze sono da sempre considerate una sorta di condiscendenza della Chiesa verso la debolezza umana. È chiaro che, fuori da pochi casi eccezionali, il mostrare questa condiscendenza verso il clero sarebbe quanto meno pastoralmente diseducativo.

Da qui una nostra prima considerazione. Certamente nessuno si sarebbe sognato una tale riforma se essa non fosse suggerita da un problema alla base. A quanto pare i preti divorziati o vedovi che vorrebbero accedere alle seconde nozze non sono una minoranza così insignificante da permettere al Patriarca di ignorare semplicemente la cosa. Siamo sicuri però che la soluzione sia quella giusta? Davvero pensiamo che si possa ovviare alla tiepidezza spirituale del clero alleggerendo il peso del sacerdozio? Credo di no, e credo che qualunque cristiano ortodosso di buon senso possa essere d’accordo con me nel dire che questa non è una strada percorribile.

Veniamo alla seconda notizia: pare che il Patriarca Bartolomeo sia sul punto di concedere l’autocefalia al “Patriarcato di Kiev” e questo potrebbe provocare uno scisma tra Costantinopoli e Mosca. Dico “potrebbe”, perché in realtà credo che nessuno dei due voglia davvero arrivare a tanto. Resta il fatto che Costantinopoli predica da tempo una sorta di ecclesiologia neopapista nella quale il Patriarca Ecumenico, non contentandosi di essere un primus inter pares, diviene un primus sine paribus, una sorta di Papa in miniatura. Noto con soddisfazione che finalmente, davanti alle pretese di Costantinopoli, da Mosca si comincia a parlare di eresia; il metropolita Hilarion di Volokolamsk ha parlato esplicitamente di “autoidentificazione papista”.
Come dicevo, io non credo che si arriverà davvero a una frattura tra Costantinopoli e Mosca. Se però questo accadesse si aprirebbe davvero uno scenario interessante. Da anni, o, per essere più esatti, dai tempi di quel Melezio Metaxakis che poc’anzi abbiamo nominato, i vecchiocalendaristi greci (così come i loro fratelli bulgari e romeni) combattono contro il modernismo e il neopapismo del Patriarcato di Costantinopoli, oltre che contro l’eresia ecumenista. In cambio hanno avuto finora accuse di scisma e di fanatismo. Siamo contenti che qualcuno si stia finalmente svegliando, comunque vadano a finire le cose.

Voglio comunque tornare al punto di partenza. Scrivevo che le due notizie riportate hanno qualcosa in comune. Ecco: forse l’ultimo secolo ha messo a dura prova la fede ortodossa, se è così facile vedere tra i capi delle Chiese ufficiali tanto personalismo e tanta condiscendenza verso il progressivo raffreddamento della fede. Forse abbiamo davvero bisogno di riforme, di rinnovamento. Che sia però un “rinnovamento nell’ascesi” come ebbe a dire San Giustino di Chelje, un rinnovamento nel solco della tradizione, che non sia solo un correre dietro ai tempi che cambiano. La Chiesa impari a dare finalmente risposte al mondo che cambia; impari (secondo un detto di San Vincenzo di Lerins, mai così attuale come oggi) a parlare in modo nuovo senza dover dire novità. Perché i tempi cambiano, ma Dio no.

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