Sono da poco trascorsi i quaranta giorni dalla morte di p. Silvano (Livi), già Vescovo di Luni. Dico subito che avrei preferito non pubblicare adesso questo mio ricordo, per la semplicissima ragione che la figura di p. Silvano andrebbe vista con un minimo di distanza, anche temporale, per vedere cosa ha lasciato di buono e cosa di cattivo nell’Ortodossia italiana. Questo anche perché gli ultimi eventi della sua vita non sono stati edificanti, e questo lo sappiamo tutti molto bene. Se mi trovo costretto a scrivere è soprattutto per rispondere a un ricordo pubblicato da p. Ambrogio (Cassinasco), del Patriarcato di Mosca, che non ha potuto fare a meno di riversare in un suo scritto, diffuso attraverso il sito web della parrocchia russa di Torino, venticinque anni di livore, allo scopo di derubricare tutto l’operato di p. Silvano, e soprattutto la sua adesione alla Chiesa Greca di vecchio calendario. Viene anzi il dubbio che tutto lo scritto di p. Ambrogio non voglia fare altro che ridurre la stessa presenza vecchiocalendarista in Italia a semplice incidente di percorso. Mi riservo di citare all’occorrenza i singoli punti dello scritto di p. Ambrogio.

Da sinistra: il Metropolita Fozio, l’Arcivescovo Kallinikos, Silvano di Luni
Tengo a sottolineare un fatto: non è mia intenzione “difendere” p. Silvano dalla accuse che gli vengono fatte da p. Ambrogio: conosco meglio di lui i suoi difetti, essendo stato io stesso vittima di un processo [in]canonico da parte sua. Si è anche spesso confessato da me. A differenza di p. Ambrogio, però, conosco anche bene quelli che furono i suoi pregi. Voglio limitarmi a segnalare i fatti che (stranamente!) p. Ambrogio ha omesso e quelli che ha (certo involontariamente) distorto.
Veniamo alla cronaca. P. Silvano nasce a Pistoia nel 1947, ricevendo il nome di Francesco; si laurea in Filosofia all’Università di Firenze, e in seguito in Teologia; segue anche una Scuola postuniversitaria di Psicoterapia. Nel 1977 diviene sacerdote romanocattolico; contestualmente, diviene in quegli anni insegnante liceale di filosofia e più tardi psicoterapeuta. Sempre più attratto dal mondo ortodosso, soprattutto dopo aver conosciuto p. Marco (Davitti), con cui rimase sempre in rapporti di grande amicizia, passa in un primo momento al rito orientale, pur rimanendo romanocattolico. In seguito, nel 1984, diviene cristiano ortodosso e viene incardinato nel Decanato d’Italia del Patriarcato di Mosca. Per una serie di dissapori con il Decano, p. Gregorio Cognetti, passa in seguito al Patriarcato di Serbia e nel 1999 è accolto dalla Chiesa Greca di vecchio calendario, nella quale è consacrato vescovo nel 2004.
Scrive p. Ambrogio che p. Silvano, nel Decanato d’Italia, manifestò da subito mire episcopali, il che è probabilmente vero. È anche vero, d’altronde, che una consacrazione episcopale sarebbe stata per lui ben più facile da ottenere rimanendo cattolico. Stranamente, p. Ambrogio, nel riportare i fatti del tempo, e soprattutto i diverbi con il Decano, dimentica di riportare il ruolo del p. Gregorio Cognetti nella fondazione della cosiddetta “Fraternità Ortodossa Italiana”, gemella eterozigote della “Chiesa Ortodossa in Italia” fondata da Antonio de Rosso, così come dimentica di riportare i contatti tra lo stesso De Rosso e p. Gregorio. Non è questo il luogo più opportuno per parlarne, ma quel che è certo è che le colpe e le ragioni non erano divise in modo tale da poter dire che solo p. Silvano fosse colpevole: “perché la ragione e il torto”, ci ammonisce il bravo Manzoni, “non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una e dell’altro.” (I promessi sposi, cap. 1) Del resto, p. Silvano, pur non avendo particolare dimestichezza con le lingue (come giustamente rileva p. Ambrogio nel suo articolo), era pur sempre al tempo il sacerdote ortodosso italiano con la migliore formazione teologica (insieme a p. Marco Davitti), e si vocifera che questa cosa non andasse particolarmente giù a p. Gregorio. Insomma, il contrasto tra p. Silvano e p. Gregorio era assai più complesso e sfumato di come ci viene detto nell’articolo di p. Ambrogio. Per il resto, sono certo che un giorno questi vorrà anche spiegarci i motivi che portarono la parrocchia che era stata di p. Gregorio a lasciare il Patriarcato di Mosca per quello di Costantinopoli.
Tornando a noi, p. Silvano lasciò a questo punto il Patriarcato di Mosca per entrare in quello di Serbia. Al tempo l’Italia si trovava nella Eparchia Serba dell’Europa Centrale (che prese più tardi il nome di Eparchia Serba Ortodossa Düsseldorf e della Germania) guidata al tempo dal Vescovo Konstantin (Đokić), che ebbe ottimi rapporti con la comunità pistoiese. In seguito, in un generale riassetto delle diocesi serbe, l’Italia fu incorporata alla Metropolia di Zagabria e Lubiana, guidata dal Metropolita Jovan (Pavlović). Jovan era un ultraecumenista, rappresentante tra l’altro della Chiesa Serba presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese tra il 1982 e il 1992. La sua attività ecumenica era spesso criticata dagli ambienti più tradizionalisti della Chiesa Serba.
Il passaggio alla Chiesa Greca di vecchio calendario non fu quindi dovuto tanto (o soltanto) a dissapori con le gerarchie, ma anche a questo atteggiamento ultraecumenico. Si tratta di una mentalità che sempre più prendeva piede nel mondo ortodosso, anche italiano: ricordiamo, solo per fare un esempio, la consacrazione della Cappella ortodossa di Sant’Anastasia a Magnano Alfieri, il 29 giugno 1997, a opera del Vescovo Gurij di Korsun (Patriarcato di Mosca), ma con la partecipazione di prelati romanocattolici, tra cui il vescovo locale. P. Ambrogio, che era al tempo ierodiacono, ricorderà certamente di aver dovuto aggiungere alle ectenie, per ordine del suo vescovo, una petizione per le autorità religiose cattoliche.
Per intenderci: dite pure che p. Silvano usò l’ecumenismo come scusa, se volete; ma l’ecumenismo era (ed è) effettivamente un problema; e anche un problema grosso. Per quanto la cosa possa sembrare dura, i canoni della Chiesa sono abbastanza chiari: se il vescovo cade in eresia, il presbitero ha il dovere di smettere di commemorarlo. Questo fece p. Silvano, e per questo motivo lasciò la Chiesa Serba.
Vi furono anche altri motivi? Certo, non è mica un crimine avere più di un motivo per fare una cosa.
Fu spinto anche dalla sua mania di grandezza e dalla smania di diventare vescovo? Può darsi; nessuno è perfetto.
Giacché p. Ambrogio ha voluto riportare delle circostanze che “non sono state finora chiarite pubblicamente” riguardo alla conversione di p. Silvano e alla sua accettazione in seno al Decanato d’Italia, mi permetto di riportare anche io qualche particolare poco noto: il passaggio alla giurisdizione ecclesiastica “vecchiocalendarista” fu anche fatto con il supporto di p. Marco (Davitti), che, pur facendo parte del Patriarcato di Mosca, si era preso l’impegno di rassicurare i membri della nostra comunità che potessero in qualche modo nutrire dei dubbi in proposito. Io stesso ebbi modo di parlare con lui, che aveva conosciuto personalmente il Metropolita Cipriano di Oropòs e Filì e lo ricordava con affetto filiale. Anni dopo, in occasione della consacrazione episcopale di p. Silvano, venne anche a Pistoia una piccola delegazione della parrocchia di p. Marco, che portò anche in dono un paramento per il neoeletto vescovo.
Veniamo adesso alle note dolenti.
Nei suoi ultimi dieci anni di vita, purtroppo, il Vescovo di Luni andò incontro a un graduale decadimento cognitivo, con progressiva perdita della memoria a breve termine, vertigini, e percezione alterata del caldo: ricordo di averlo visto più volte perdere l’equilibrio e cadere; così come ricordo che era costretto a tenere la propria cella a una temperatura troppo fredda per chiunque altro vi entrasse; soprattutto, ricordo purtroppo alcune scellerate scelte finanziarie dovute alla sua progressiva perdita di lucidità. Nel quadro di questo progressivo decadimento vanno visti gli ultimi fatti della sua vita. Prima di tutto venne il suo scisma dalla Grecia, con la costituzione di una “Metropolia autocefala”, in cui non fu seguito da nessuno dei sacerdoti della Diocesi di Luni; scisma che costrinse il Sinodo di Grecia a prendere la dolorosa decisione di deporlo dal suo status e riportarlo a quello di semplice monaco. Poi, pochi anni dopo, quando la sua mente aveva perso quasi ogni lucidità (e molti possono testimoniarlo), venne anche la decisione di tornare al cattolicesimo. Su questa decisione ci sarebbero da dire moltissime cose che preferisco non dire per carità cristiana (non tanto carità cristiana verso p. Silvano, ma piuttosto verso chi lo ha costretto a questo gesto e verso chi ne ha bassamente approfittato).
E ora una piccola considerazione.
P. Silvano non è stato certamente l’unico ortodosso italiano a operare qualche piccola o grande incoerenza tra quel che predicava e quel che faceva. Potrei citare persone con vite certo meno edificanti della sua: p. Adeodato Mancini, che da presbitero ortodosso divenne vescovo e poi “Patriarca siro-caldeo”, per tornare infine anche lui cattolico romano; p. Evloghios (Hessler), presbitero del Patriarcato di Mosca, poi vescovo vecchiocalendarista, poi fondatore anche lui di una discutibile Metropolia autocefala; e infine il meno edificante di tutti, che fu anche il più “canonico” (nel senso aberrante che si dà in genere a questa parola), p. Ambrogio Melzi. Nessuna delle persone che ho citato si è meritato alla morte il livore del nostro parroco torinese. A quanto pare, solo per p. Silvano non vale il detto per cui “de mortuis nihil nisi bene”.
Io speriamo che me la cavo: con un po’ di fortuna camperò abbastanza a lungo da scansare il necrologio sul noto sito torinese. Altrimenti poco importa: come diceva Totò, queste pagliacciate le fanno i vivi; i morti hanno cose più serie a cui pensare.