
Nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito, Amin.
«Chi ha sete» dice il Signore «venga a me e beva, come dice la scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Se leggiamo bene questo versetto, vediamo che può intendersi in due modi.
Uno è quello forse più corretto: «Chi vuole venire dietro a me, chi ha sete, venga a me e beva, perché, come dice la scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno», ovvero da quello di Cristo. È quindi Cristo a essere la fonte, la sorgente di questi fiumi di acqua viva da cui può bere chi ha sete. E abbiamo sentito di questo qualche domenica fa, per la Domenica della Samaritana, quando il Signore si rivolge alla Samaritana dicendo «Se tu conoscessi il Dono di Dio e chi è che ti dice dammi da bere, tu stessa glene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva», cioè acqua di sorgente, acqua zampillante. E questo è il primo significato. Chi ha sete, quindi, venga a lui, a Cristo, e beva, perché in lui c’è la sorgente di questi fiumi di acqua viva.
Il secondo significato di queste parole è più sottile. «Chi ha sete, venga a me e beva, e, come dice la scrittura, i fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno»: colui che ha bevuto alla sorgente che è Cristo diviene egli stesso una sorgente di acqua viva. Queste due interpretazioni, per certi versi, sono opposte, ma non sono in opposizione, poiché, in realtà, si completano a vicenda. Noi beviamo quindi all’unica vera sorgente, che è Cristo, e diveniamo così sorgente noi stessi.
L’Evangelista ci ricorda che il Signore pronunciò queste parole a motivo dello Spirito che i discepoli ancora non avevano ricevuto. I discepoli ricevono lo Spirito Santo nel giorno della festa della Pentecoste, che cade cinquanta giorni dopo la Pasqua.
La Pentecoste era già una festa anche per gli ebrei. È una delle feste ebraiche che i cristiani hanno accolto e a cui hanno dato un nuovo significato. Quindi essa è il completamento della Pasqua ed è ciò che dà anche un nuovo significato alla Pasqua: il significato che riguarda noi adesso, che riguarda la Chiesa.
La parola di Dio è stata rivolta ai discepoli, è stata rivolta al mondo attraverso la predicazione. Cristo è risorto, è risorto davanti ai discepoli, è risorto davanti al mondo. Adesso la Chiesa prende il testimone, cioè la Chiesa è chiamata a continuare l’opera del Signore, l’opera che Egli aveva iniziato prima con la sua predicazione, poi con la Sua morte sulla Croce e con la Risurrezione. Dopo viene appunto il momento della Chiesa. Cristo è quindi la sorgente, e la Chiesa diviene a sua volta sorgente di questi fiumi d’acqua viva, affinché la Chiesa rimanga spiritualmente collegata a Cristo.
Il giorno in cui la Chiesa smetterà del tutto di predicare il Cristo crocifisso e risorto, allora la Chiesa smetterà anche di essere fonte dello Spirito per i fedeli. E quando parlo della Chiesa, chiaramente non parlo soltanto dei vescovi o dei preti, ma di tutti, ognuno secondo i propri carismi e le proprie responsabilità all’interno di questo grande organismo che è la Chiesa.
La Chiesa non è principalmente una gerarchia. Noi siamo abituati a vederla come una gerarchia, come una specie di grande azienda dove c’è il direttore, che può essere il patriarca, il metropolita o l’arcivescovo, secondo il modo in cui è organizzata la Chiesa; poi ci sono gli altri vescovi del Sinodo, poi i preti, poi i monaci, poi quelli che si occupano della catechesi, e così via, fino ai semplici laici che vanno in chiesa. E, da un certo punto di vista, la Chiesa è anche una gerarchia; ma noi sappiamo che la Chiesa è anche qualcosa di molto più importante. Noi sappiamo che la Chiesa è innanzitutto il corpo di Cristo.
La Chiesa è il corpo di Cristo nei suoi fedeli; noi siamo quindi, in quanto membri della Chiesa, membra del corpo di Cristo. Questo riguarda tutti i fedeli: riguarda allo stesso modo l’arcivescovo e l’ultimo bambino battezzato. Poi la Chiesa è un «regale sacerdozio», come possiamo leggere nella prima Lettera di San Pietro. Nella Chiesa certamente ci sono i sacerdoti e coloro che si occupano del culto divino, ma il sacerdozio vero, quello più profondo, non è soltanto quello del presbitero o del vescovo: il sacerdozio è quello di tutta la Chiesa. Tutti i membri della Chiesa sono sacerdoti in Cristo, perché Cristo è sacerdote <secondo l’ordine di Melchisedek», cioè non secondo la carne. E noi tutti siamo partecipi di questo sacerdozio: uomini e donne, vecchi e giovani, chierici e laici.
Ancora, la Chiesa è il luogo dello Spirito. Diceva un teologo del secolo scorso che la tradizione della Chiesa è il respiro dello stesso Spirito nella Chiesa. Noi siamo abituati a pensare che la tradizione sia una serie di gesti o di regole che bisogna portare avanti, che bisogna ricordare perché sono cose che siamo in obbligo di fare, usi che vanno mantenuti o che vanno rispettati. Ma tradizione non è questo: anche questo rientra nella tradizione, ma principalmente la tradizione della Chiesa è la fede che si tramanda nella Chiesa di padre in figlio. Noi tutti. Non tutti siamo padri o madri, però tutti siamo figli. Quindi noi tutti sappiamo cosa vuol dire essere figli, anche se non tutti sanno cosa vuol dire essere padre o essere madre. I figli ricevono dai genitori un insegnamento. I genitori non sono perfetti, quindi spesso l’insegnamento che i genitori danno ai figli non è del tutto perfetto o non è a volte in linea con la loro vita. Spesso noi genitori siamo imperfetti, e quindi non diamo testimonianza vera della fede che dovremmo trasmettere ai nostri figli. Però al di là dell’errore che il singolo genitore può fare, il senso della tradizione è questo. La Chiesa tramanda la fede in Cristo di generazione in generazione. Ci sono genitori che sono più coerenti di altri e quindi il loro insegnamento è più in linea con la loro vita e ci sono quelli che lo sono un po’ di meno. Un po’ come succede nella Chiesa: ci sono generazioni che sono più coerenti con il Vangelo e altre che lo sono meno. Quando una generazione non è tanto coerente con il Vangelo — parlo delle generazioni nella Chiesa, per esempio di quello che la Chiesa ortodossa sta vivendo da circa un secolo — poi ne risentono i figli.
C’è stato, all’inizio del secolo scorso, un musicista che disse una cosa importante su cos’è la tradizione. Disse che la tradizione non è custodire la cenere, ma tenere acceso il fuoco. Lui parlava della tradizione in musica, in realtà, però questo vale anche per la Chiesa. La tradizione non è custodire delle usanze perché le faceva mio nonno, e quindi le faccio anch’io, e ancora dovrà farle anche mio figlio. La tradizione è che c’è un fuoco acceso e bisogna mantenerlo vivo, perché quel fuoco è la fede in Cristo. Il modo in cui lo si tiene acceso a volte rimane uguale anche per tanti secoli. Altre volte può cambiare. L’importante non è il fatto che si cambi o non si cambi. Ci sono stati tanti momenti nella storia della Chiesa in cui ci sono stati dei cambiamenti. Il punto è qual è il vero motivo per cui si cambia. Se cambia un’usanza nella Chiesa deve essere per il bene della Chiesa, per mantenere acceso questo fuoco, non per ragioni di comodo, o per rincorrere il mondo. L’importante è che questo fuoco rimanga acceso. Noi abbiamo potuto constatare che tanti cambiamenti nella Chiesa non hanno portato a tenere acceso questo fuoco, anzi, spesso lo hanno spento. Ma dall’altra parte sappiamo che anche insistere su tante usanze può avere lo stesso effetto. Perché puntualizzare questo? Perché la tradizione della Chiesa deve essere una cosa viva: la tradizione è il respiro dello spirito nella Chiesa, non deve essere un’abitudine senza significato. Lo Spirito è rinnova continuamente la Chiesa, non perché faccia nascere novità, ma perché permette alla Chiesa di essere sempre nuova anche rimanendo uguale. E di rimanere uguale anche cambiando. Perché è questo a rendere la Chiesa sempre viva, sempre giovane.
Ecco perché è importante capire che la Chiesa non è soltanto una gerarchia.
Oggi noi celebriamo in un certo senso il “compleanno” della Chiesa, perché la Pentecoste è il momento in cui la Chiesa ha avuto visibilmente inizio. E quindi oggi abbiamo davanti queste parole del Signore, quelle che abbiamo sentito nel’Evangelo. Quello che fa la Chiesa è bere a questa sorgente che Dio ci ha dato, cioè la predicazione del Cristo e degli Apostoli, per divenire la Chiesa stessa, cioè noi tutti, sorgente dello Spirito.
Quando il Signore parla di sé — soprattutto nell’Evangelista Giovanni — usa sempre delle espressioni particolari. Qui ha detto: «Chi ha sete venga a me». Poco dopo afferma: «Io sono la luce del mondo. Chi segue me non camminerà nelle tenebre». Altre volte dice: «Io sono la porta»; altre ancora: «Io sono la via, la verità e la vita». Il Signore, quando parla di sé, usa sempre immagini simboliche. Noi siamo abituati a capire che cos’è una porta, che cos’è una strada, che cos’è la luce. Pensiamo però a come possa sentirsi una persona che non ha mai veduto in vita sua — un cieco dalla nascita — e che improvvisamente un giorno comincia a vedere. Quale differenza c’è tra vedere e non avere mai visto? Ecco, Cristo nella nostra vita dovrebbe avere più o meno questa funzione: quella che la luce ha per un cieco che improvvisamente riacquista la vista. Quando ci chiediamo quale effetto dovrebbe avere Cristo nella vostra vita, la risposta è questa: dovrebbe essere come per un cieco passare dalle tenebre alla luce.
Ecco, questa è la Chiesa: l’incarnazione dell’unica «via, verità e vita», dell’unica porta, dell’unica luce. La Chiesa è vera, la Chiesa è unica, la Chiesa è veramente, come dice il Credo, «Una, santa, cattolica, apostolica», solo finché professa la vera fede nell’unico Figlio di Dio, e in ciò che Lui ha predicato, e in ciò che Lui è stato, e nella Sua Risurrezione, e nel fatto che risorgendo ha distrutto la morte. Quando predica tutto questo, la Chiesa rimane corpo del Cristo, e quindi noi quando predichiamo queste cose rimaniamo membra del Cristo. E questo lo facciamo ogni giorno in un modo nuovo, e ogni giorno rendendo nuove le cose vecchie e vecchie le cose nuove. Cristo non ci ha dato delle semplici usanze da rispettare, o una dottrina sociale. Niente di tutto questo.
Il Cristo ci dice due cose, le dice nel libro dell’Apocalisse. La prima è «Io sono l’Alfa e l’Omega», il principio e la fine. Quindi il Cristo deve essere il principio e la fine della predicazione della Chiesa se la Chiesa vuole continuare a essere la sorgente dello Spirito per i suoi figli. L’altra cosa che il Signore ci dice è «Io faccio nuove tutte le cose». La Chiesa rimane nel suo mandato, che è quello di predicare il Cristo risorto, se rimane fedele a tutto questo: continuando a mantenere acceso il fuoco dello Spirito. Non conservandosi come un museo, né riformandosi per rincorrere le novità dal mondo. La Chiesa è sempre chiamata a parlare in modo nuovo, senza dire cose nuove.
Perché ricordare questo oggi? Come abbiamo letto negli Atti degli Apostoli, lo Spirito investì gli Apostoli sotto forma di lingue di fuoco e gli Apostoli hcominciarono a predicare, secondo tutte le lingue dei quanti che si trovano lì ad ascoltare. Ognuno sente gli Apostoli predicare nella sua lingua. Ci sono medi, persiani, greci, ebrei e ognuno di loro sente gli Apostoli parlare nella propria lingua.
Tutti riescono a capire quindi la predicazione della Chiesa. Questo è il senso profondo della festa di oggi. E in questo miracolo delle lingue di fuoco e dei discepoli che parlano e si fanno sentire da tutti secondo la lingua di ciascuno, vediamo come la Chiesa è vera solo nel momento in cui, mossa dallo Spirito, riesce a parlare a tutti.
Non è solo una questione di lingua veramente. Può essere una questione di cultura, può essere una questione di usanze. La Chiesa Ortodossa è arrivata un po’ ovunque. È arrivata anche a predicare agli eschimesi delle Isole Aleutine. Ha avuto anche dei santi tra loro. I santi ortodossi sono arrivati e hanno predicato l’Evangelo: non lo hanno fatto adattandolo alle tradizioni o alle lingue dei vari popoli, ma adattando le lingue e le tradizioni in modo che potessero accogliere l’Evangelo. La Chiesa ha sempre fatto questo sforzo. Ha sempre cercato di annunciare la fede a tutti, con la predicazione e con la vita di ogni suo membro. Perché, se noi non annunciamo, prima di tutto nella nostra vita, nel nostro modo di vivere e nel nostro modo di parlare di avere la fede in Cristo, forse noi abbiamo davvero questa fede. E se ci accorgiamo di non averla, o di non averla pienamente, allora dovremmo fermarci un momento, e tornare di nuovo questa sorgente, in modo che la sorgente di acqua viva che è in Cristo possa divenire sorgente di acqua viva in noi.
Non dice l’Apostolo Paolo che «non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me»? E così dovrebbe essere la vita di ogni cristiano: Cristo e lo Spirito che vivono in noi. Non dovremmo pensare quindi secondo la nostra mentalità di esseri umani limitati, ma secondo quello che è lo Spirito di Dio che procede dal Padre e che Cristo ha effuso sui suoi discepoli.
A lui onore e gloria come sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
(omelia pronunciata il 26 Maggio / 8 Giugno 2025)